03 gennaio 2011

SPRECO DI DENARO PUBBLICO

Con la presente il mio pensiero va ai lavori di sistemazione della Piazza Damiano Chiesa di Francenigo, lavori, mi si permetta, non necessari né urgenti; la piazza non ha evidenti segni di degrado ai quali urge porre rimedio, inoltre in tempi di vacche assai magre, le poche risorse pubbliche dovrebbero essere spese in cose e faccende ben più importanti. Lavori riguardanti un progetto del quale pochi, mi sembra, hanno potuto prendere visione, gli elaborati si potevano visionare solo accedendo all’interno della chiesa. Mi chiedo se una piazza sia ad esclusivo appannaggio di chi va in chiesa o sia anche di coloro che, pur essendo di altre confessioni o atei o semplicemente poco praticanti, vivono da tantissimi anni nella nostra comunità e ne fanno degnamente parte a pieno titolo. Ma al di là di questo, balza agli occhi il degrado o meglio il disfacimento del teatro-cinema Damiano Chiesa, costruzione posta un po’ più in là della piazza sulla via per Brugnera. Viene da chiedersi se non fosse il suo restauro, se mai, l‘obiettivo da perseguire. Tantissimi di noi hanno dei ricordi più o meno radicati su quel teatro, su quel cinema che ancora rappresenta un pezzo considerevole della memoria storica del nostro paese e proprio per questo, secondo me, che diventa necessario salvaguardarlo. Strano che i rappresentanti del cosiddetto popolo pagano strombazzino a destra e a sinistra in merito alla difesa delle nostre radici culturali, storiche e poi assistano impotenti, nell’immediato, al crollo di tali e tanti ricordi che il teatro Damiano Chiesa rappresenta per tutti noi

21 dicembre 2010

19 dicembre 2010

Pensieri, riflessioni e.. conclusioni

Fatti questi pensierini, si potrebbe proseguire con altre preghierine, come:
  • L’inferno vissuto da un gruppo di Veneti della “Little Italy” Australiana e la loro drammatica fine.
  • L’inizio del made in Italy.
  • Quelle valigie di cartone dall’acuto odore, avvolte con lo spago.
  • La piccola valigia di cartone dai profumi paradisiaci, ma portatrice di morte.
  • Il sofferto destino dello stagionale.
  • L’esperienza lavorativa di un 18enne trevisano appena diplomato che sapendo abbastanza il fatto suo si è trovato a fronteggiare la vistosa gelosia/concorrenza di due super tecnici, uno Austriaco e l’altro Tedesco. Ambientata in una grande fabbrica di Zurigo, agli inizi degli anni sessanta.
  • La guerra segreta dei prezzi fra i “concrete contrattors ” paesani a Sydney.
  • Dalla lettera bimensile, ai messaggini SMS.
Questi significativi esempi non sono che un’infinitesima parte di una verità che (sinceramente con fatica “di stesura”) abbiamo cercato di documentare: sono energia necessaria per alimentare una grande fiamma, fiamma di luce e calore che costantemente non solo aiuti a illuminare la via di future generazioni, ma, con il suo tepore, allenti questi nostri cuori un po’ incalliti, e aiuti a rimpossessarci di quelle qualità necessarie che attorno a noi più non abbondano.
A
nche se nel Trevigiano già ne esistevano diversi, l’idea di onorare l’emigrazione di tutti i Gaiarinesi tramite la realizzazione di un monumento, è stata veramente gradita (e qui va dato atto e ringraziato il Presidente anche per la volontà avuta di, come si dice, “smuovere le acque”).
Bella è l’idea del “globo e il suo anello”: esso, con i materiali usati, le sue forme e colori, si presta ad interpretare il senso, lo spirito Globale dell’emigrazione.
Indiscutibilmente importante è stata la volontà politica. Niente non si realizza, o meglio ancora; niente si muova se.…la politica non voglia!
Ma determinanti sono stati i mezzi necessari donati perché il tutto si concretizzasse.

È per questo che ora vorrei rivolgermi a Voi cari Sponsor (e qui viene la parte difficile) volendo esprimere il mio giudizio a riguardo. A priori però vorrei ribadire che assolutamente non è mia intenzione o volontà infastidire alcuno! Se nel procedere, questo mio scritto venisse interpretato negativamente, anticipatamente e sinceramente chiedo scusa!
Il vortice forsennato che é questa nostra società dei consumi è composto da diversi elementi. Uno molto importante è la Pubblicità (qualche volta necessaria, ma per il resto solo portatrice di insofferenza e instabilità); a sua volta, essa perché abbia effetto deve essere costantemente stimolata da una comunicazione basata sull’attrazione dell’oggetto: suoni rombanti, visioni effimere, effetti speciali, apparire. Recenti tendenze invogliano pure la volgarità, il denigrare, l’opportunismo, il cinismo , l’indifferenza, l’arroganza, ecc..

La sponsorizzazione finanzia o “può essere” tutto questo.
Per fortuna resiste molto bene un secondo elemento che aiuta a stabilizzare a equilibrare tutto ciò, e che con esso parallelamente si muove. Ha diverse sfaccettature, fra le quali (e per rimanere in tema): la sensibilità, la generosità, l’altruismo, l’aiuto, la collaborazione, il sostegno, l’etica nel riconoscere certi valori, la discrezione. La maggioranza della comunità auspicherebbe che coloro i quali, con le loro donazioni, hanno potuto accendere la fiamma della luce, siano parte del secondo elemento.
Voi non più sponsor ma Donatori: avete acceso la fiamma della luce!
Se ciò si avverasse, sarebbe pronto a partire il primo esempio di metamorfosi mai riscontrata prima a livello mondiale: dove il freddo marmo si trasformerebbe da “piedistallo statico” in una viva piattaforma di conoscenza storica, di scambio e di confronto personale.
Mi spiego: con competenza municipale si dovrebbe estendere a tutti i nuclei famigliari del Comune (perché tutte le famiglie hanno avuto a che fare con l’emigrazione), una campagna di informazione e di sensibilità, per:
  1. Una raccolta di dati riguardanti coloro che hanno emigrato.
    ( ipotesi partendo dagli ultimi cento anni, raccogliere i Loro nomi, l’esito della loro iniziativa e del loro lavoro, discendenze varie, se e quando sono rientrati, ecc..)
  2. Una raccolta di offerte.
  3. Queste offerte servirebbero per finanziare un lavoro (affidato magari a studenti in statistica, interessati della materia o da esperti del ramo) per il riordino delle informazioni, il completamento, la catalogazione, e infine la creazione di un “sito o un blog” realizzando un “cd”, a disposizione di tutti su richiesta.
  4. Sempre con discrezione dei responsabili, modificare l’attuale dicitura-ricordo del monumento pressapoco in:
    L’Asso
    ciazione Trevisani Nel Mondo Sezione di Gaiarine ringrazia per la Collaborazione: La Provincia di Treviso, il Comune e la popolazione di Gaiarine, i grandi Donatori.
Inoltre (molto importante) scolpire nel marmo l’indirizzo del “sito o blog” e il nome del “cd”. Ai Signori donatori, a titolo di riconoscenza si dovrebbe consegnare una targa ricordo dei Trevisani nel Mondo singolarmente intestata.

Fiducioso in una Vostra eventuale positiva collaborazione, sentitamente ringrazio e buon lavoro a tutti.
Silvano Zaccariotto

Parte di coloro che hanno vissuto queste esperienze,
alla fine verranno sepolti in luoghi mai stati veramente “Loro”.
Saranno Terre anche ospitali, o Terre dei loro figli;
ma per loro rimarranno sempre “Terre Straniere”.

12 dicembre 2010

Domenica 2: Un altro indimenticabile capitolo dell’emigrazione anche locale è quella verso il Belgio.

Se vuoi venir ricco vai in Belgio a lavorare!” (Così proclamava la propaganda di Stato, ma non specificava a far cosa.)
Fateli andare a far carbone all’estero”.(Fanfani 1946)
Il governo De Gasperi (sempre nel ‘46) sottoscrive una convenzione con quello Belga per spedire lassù 50.000 italiani senza lavoro,
per lavorare specialmente nelle miniere.
Purtroppo queste erano le necessità di un’Europa uscita distrutta anche dal II° conflitto mondiale: ch
i (purtroppo) aveva braccia ma non lavoro, e chi aveva la materia prima come energia a buon prezzo, necessaria per far partire l’industria, appunto il carbone, ma non braccia!
Ma che rovescio della medaglia: dal 1946 al 1956 i lavoratori, provenienti dall'Italia, morti nelle miniere belghe e in altri incidenti sul lavoro, sono stati oltre seicento, inclusa l’ecatombe di Marcinelle dove nell’agosto del 1956 in una galleria a più di mille metri di profondità, dei 262 minatori morti ben 136 erano Italiani. Strazio,smarrimento fra i parenti delle vittime e tutto il più: dei riconoscimenti onorifici da parte delle autorità civili.
Anni dopo, con termine quasi “glaciale” viene spiegata la condizione in cui si trovava la nostra emigrazione:
L'emigrazione era una componente strutturale dell'economia italiana e in quanto tale dov
eva continuare ed essere incoraggiata. Il che non significava, pur dopo la catastrofe di Marcinelle, che fu meglio assistita, che i contratti bilaterali furono effettivamente rispettati, che i sindacati dei paesi d'immigrazione seppero elevarsi al di sopra della difesa degli interessi ristretti della classe operaia dei paesi indigeni. Pasquino CRUPI - La tonnellata umana, l'emigrazione calabrese 1870-1980 - Nuove Edizioni Barbaro, Bologna 1994
Ma chi ha lavorato in galleria e specialmente con il carbone le conseguenze sulla salute se le porta appresso per tutto il resto della vita. Per molti il destino é la “silicosi” o altro ancora.
Anche dai nostri paesi molti sono partiti per il Belgio e francamente per il momento non sono al corrente se qualcuno si trovava a Marcinelle (ma se tutto va come spero, e si av
via il dialogo, in futuro lo sapremo), ma sappiamo che diversi hanno lavorato in galleria, perché conosciamo concittadini che sono ritornati con la silicosi.
Anche per questo meritano più rispetto.
Dobbiamo dar atto che la sezione dei “Trevisani” di Gaiarine è stata voluta e tutt’ora diretta da Gaiarinesi colà emigrati.

08 dicembre 2010

Omaggio a John Lennon, nel trentesimo della scomparsa

Di Mao Valpiana
Direttore di Azione nonviolenta


La storia non si fa con i se. Lo sanno tutti. Ma io oggi un se ce lo voglio mettere.
Cosa sarebbe accaduto se quella maledetta sera davanti al Dakota Building l'assassino non avesse sparato i suoi cinque colpi mortali.
Se l'eroe di Piazza Tien An Men avesse avuto una canzone dedicata, se il muro di Berlino fosse stato abbattuto con un concerto, se le bare dei soldati americani di ritorno dall'Afghanistan fossero accolte da una nuova colonna sonora. Possiamo anche immaginare un evento straordinario con in Fab4 riuniti per la causa tibetana, o una performance artistica a Bagdad.
Forse oggi la pace avrebbe una possibilità in più se lo spirito di Nutopia non fosse stato soffocato.

John Lennon dopo l'unione con Yoko Ono e la separazione dai Beatles si trasferisce a New York, città che ama moltissimo, nella quale si trova a proprio agio "per il modo di vivere e di pensare". Negli Stati Uniti John ha molti amici, e viene subito introdotto negli ambienti intellettuali e radicali americani. Partecipa anche alla vita politica del paese, coinvolgendosi in manifestazioni, concerti, iniziative pubbliche. Il governo non gradisce quella presenza, troppo visibile, troppo chiassosa, troppo scomoda.
La CIA inizia a raccogliere un dossier su Lennon, per raccogliere le prove e documentare un presunto antiamericanismo dell'ex beatle. Lennon fa dichiarazioni contro la guerra del Viet Nam, contro l'industria bellica, le spese militari, la politica imperialista, partecipa attivamente al movimento per la pace, anche con sostanziosi finanziamenti. Compone Power to the people che
diventa patrimonio del movimento. Per fare gli auguri di Natale fa riempire le città americane e le principali capitali del mondo con giganteschi manifesti con la scritta “War is over” (“la guerra è finita - se tu lo vuoi”, firmati “con amore, John e Yoko, da NY”).

A tutti i capi di Stato invia una ghianda, dicendo loro di sotterrarla e guardare la crescita della quercia, così l'idea della pace gli sarebbe entrata in testa e non avrebbero avuto il tempo per dichiarare una guerra. Insieme a Yoko compra intere pagine dei giornali americani per pubblicare i loro pensieri pacifisti.
Quando le autorità gli negano il visto per il permesso di soggiorno, fra Mister Lennon e il governo USA, inizia una lunga battaglia legale. Nixon stesso dà l'ordine di allontanarlo: è un "indesiderato". Durante la campagna elettorale, in ogni angolo d’America dove c’è un'iniziativa
elettorale con Nixon, lì John organizza un concerto rock di protesta contro la guerra che attira migliaia di giovani invitati a disertare la manifestazione del partito repubblicano.

Lennon è l’unico baronetto del regno britannico a restituire il titolo alla Regina per protestare contro il coinvolgimento dell'Inghilterra nel commercio mondiale delle armi. Il viaggio di nozze con Yoko diventa un'occasione per promuovere la pace nel mondo, inventando il “bed in”: una settimana in un letto d'albergo, la numero 702 dell'Hilton di Amsterdam, lui e Yoko, a rilasciare interviste a giornali di tutto il mondo sul tema della pace e contro le guerre. L'evento ha successo, e viene ripetuto nella suite 1742 del Fairmont Queen Elizabeth Hotel di Montréal, dove viene composta la canzone Give Peace a Chance.

Un giorno John Lennon convoca una conferenza stampa e si dichiara ufficialmente ambasciatore di Nutopia, un “paese concettuale” senza confini, senza passaporti, senza religioni. La bandiera di Nutopia è un fazzoletto bianco, e l'inno internazionale è inciso nell'album Mind Games: una traccia muta con 5 secondi di silenzio. John prende molto sul serio l'impegno per Nutopia. Per diventare cittadini di Nutopia bisogna aderire alla sua Costituzione, che è il testo della canzone Imagine (Immagina che non esistano frontiere, niente per cui uccidere o morire).
Tutti i cittadini di Nutopia sono suoi ambasciatori nel mondo.
L'ambasciata di Nutopia è al numero 1 di White Street a New York, e John chiede all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di riconoscere il paese di Nutopia. C'è anche la data di fondazione per Nutopia, il primo aprile del 1973.

È morto l’ 8 dicembre di trent'anni fa, ammazzato con cinque colpi di pistola. Un fan squilibrato, si è detto. L’inchiesta venne chiusa troppo in fretta, ma molti di noi pensano che dietro all'assassinio ci sia stato un complotto dei servizi segreti per eliminare un leader troppo
scomodo. Al suo funerale c'era una folla incontenibile, avvolta nella sensazione che il sogno era davvero finito. Lo sparo di un “folle” e un funerale imponente: proprio com’era accaduto per il mahatma Gandhi e per Martin Luther King.

Lennon è stato un buon amico della nonviolenza: “Per me vale ancora quello che ho scritto in Revolution, quelle parole esprimono bene ciò che provo tutt’ora nei confronti della politica. Non contate su di me se di mezzo c’è la violenza. Non aspettatevi che salga sulle barricate se
non con un fiore. Se vuoi la pace non la otterrai mai con la violenza. L’unico sistema per assicurare una pace durevole è cambiare la nostra mentalità: non c’è altro metodo. I fini non giustificano i mezzi. La gente ha già il potere; tutto quello che noi dobbiamo fare è prenderne
coscienza. Alla fine accadrà, deve accadere. Potrebbe essere adesso o fra cento anni, ma accadrà.

Quello che resta oggi è soprattutto nella sua immagine, nel suo volto con lo sguardo ironico e malinconico, dal quale scaturiscono musica, parole ed energia dispensate a tante generazioni.

05 dicembre 2010

Domenica 1: Il tormentato orgoglio dell’emigrante che scrive a casa: “Qui va tutto bene”

L’uomo, lo sappiamo, è il più portato fra le “creature” ad integrarsi in nuove realtà, il migliore è senz’altro l’emigrante, o meglio è il migrante, se quest’ultimo già parte con l’idea di stabilirsi nella nuova e per di più sconosciuta realtà! Le possibilità di trovar lavoro vicino casa erano scarse, dunque per far campare la famiglia qualcuno doveva decidere di partire a cercare fortuna lontano.
In coscienza eravamo preparati al “sacrificio della lontananza” perché questo era l’amaro dovere che il destino ci serbava ai quei tempi. Dunque ogni famiglia aveva uno o più membri dedicato a questa nobile causa, pertanto sotto certi aspetti “a partire” appariva normale.
Ora pensiamo a questa gente che, essendo lontana da casa, vuole e qualche volta “deve dar notizie” ai propri famigliari di come “vanno le cose”.

Abbiamo evidenziato dei casi in cui molti di noi hanno battagliato con un destino avaro di soddisfazioni e pieno di incognite. Ti aggrappi all’esperienza di qualche paesano ma senti che non é sufficiente.
Per “riuscirci” prima o poi ci si deve arrangiare: ma come si fa? Si spera che con il tempo tutto si risolva.
Prima viene l’handicap della lingua da superare, la maledetta lingua che non ti dà tregua, non la parli e non la capisci. All’inizio quando tutto è un “buco nero”, tu non parli e i tuoi interlocutori capiscono che se anche ti bestemmiassero addosso sarebbe fiato sprecato, quello ironicamente risulta di essere il miglior periodo. Il problema stressante viene più tardi, quando passi la notte insonne per cercare di comporre delle frasi che il giorno dopo ti potrebbero aiutare a comunicare qualcosa che ti sta a cuore.
Purtroppo l’interlocutore ti risponde incomprensibilmente, e allora non ti resta che chiudere con il solito imbarazzante: ja o yes o oui di turno, sperando che la tua risposta sia positiva.
Poi c’è il cibo: l’alimentazione è un fattore determinante sulla qualità della vita quotidiana dell’emigrante. Un piatto che si possa cucinare con degli ingredienti che assomigliano a quelli abituali può veramente fare da collante con usi e costumi lasciati al paese, farti sentire un po’ a casa. Una spaghettata condita con un sugo veramente al ragù con sopra un formaggio veramente parmigiano, un buon bicchiere di vino rosso, il profumo del caffè fatto con la moka, tutto ciò alla fine è il massimo che ci si possa aspettare.
Se poi c’è la possibilità di consumare sì un pasto frugale, ma di così alto valore simbolico, in compagnia di amici o paesani o di qualche parente, allora davvero il tutto non solo mette di buon umore ma trasmette messaggi di benessere molto positivi e durevoli al corpo, ma più importante ancora, rafforza psicologicamente lo spirito e lo stato d’animo.
Fattori importantissimi che aiutano ad affrontare le avversità che specialmente nei primi anni abbondano. Purtroppo non era così facile trovare quel minimo di prodotti desiderati. Chi rimaneva in Europa, specialmente in Svizzera, non se la passava poi così male, anche negli anni '50–'60 si potevano trovare dei negozi forniti di derrate abbastanza compiacenti ai nostri usi. Per il resto d’Europa non ne parliamo, il rifornimento si faceva solamente quando si tornava al Paese.
Per chi invece sceglieva l’Oceania, o prima ancora le “Americhe”, era un vero e proprio disastro. No pasta, no pelati, no olio d’oliva, il burro era solo salato, no macinato che non sia quello dell’hamburger, no carne di maiale, no coniglio, no carne bovina venduta con taglio conosciuto, no vino, no grappa, no acqua minerale, no insalate nostrane, figuriamoci il radicchio, ecc. ecc.
In più c’era il fattore “lavoro” con i suoi alti e bassi che sappiamo. E poi c’era l’abituarsi ad usi, costumi e ambiente” così differenti da come eravamo abituati: no caffè espresso, pochissimi ristoranti (anche se le condizioni finanziarie non ci permettevano di frequentarli), no bar, no accoglienti osterie, sì ai “pub” dai grandi saloni con le pareti spoglie rivestite solo da lucide piastrelle di smalto giallo, dove tracannavi birra appoggiato al bancone centrale, facendo sempre ben attenzione al tuo comportamento di circostanza verso gli altri acquirenti, specialmente se fra loro c’erano delle ragazze.
Poche le Chiese da frequentare, e quelle esistenti erano di un’architettura che non attirava. Ecc. Tutto ciò era abbastanza frustrante, ma questo non doveva apparire sulle lettere indirizzate a casa! Loro ricevevano le rimesse che si spediva e dovevano stare tranquilli! Pensierosi per il loro caro lontano da casa sì, ma tranquilli.
Solo le cose positive venivano loro accennate, ma non cosa c'era dietro quel traguardo momentaneamente raggiunto. Sentimenti, sacrifici, esperienze, stati d’animo, nostalgia, solitudine: tutto veniva sacrificato sull’altare della continuità, “del tirar avanti” ma specialmente dell’insensato orgoglio.
Pertanto quelle benedette lettere iniziavano sempre con: “Miei cari qui stiamo tutti bene……
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Anche per questo meritano più rispetto.