04 marzo 2010

ForaxFora concreta: cittadinanza attiva al servizio dei cittadini

Come ben sappiamo nel nostro Comune la rete del metano non copre l'intero territorio. I cittadini non raggiunti da questo comodo ed economico (rispetto ad altri combustibili quali gasolio e/o gpl) servizio usufruivano fino al 31.12. 2009 di un'agevolazione che riduceva la differenza di costo tra metano e gasolio/gpl.
Il Governo non ha rinnovato questa agevolazione poichè nella Legge Finanziaria 2010 e nel DL 194/09 "Milleproroghe" non è più stata prorogata (vedi qui).
Per far sì che i cittadini non metanizzati possano continuare a beneficiare di questa agevolazione è necessaria una delibera comunale che definisca le zone del proprio territorio non raggiunte dalla rete metano e abbiano per questo diritto alla riduzione di costo.
Come, ad esempio, ha già fatto il comune di Villorba TV (nel cui sito abbiamo trovato questo documento) o quello di Oderzo TV o quello di Schio VI o quello di Albettone VI o di Pontelongo PD.

Siamo già in attesa della primavera per la riapertura dello svincolo di Godega dell'A28 come promesso dal Sindaco;
ora aspettiamo anche questa delibera poichè le regole prevedono che di questa c'è bisogno (ma riflettiamo su come regole rigide e invalicabili per i cittadini comuni diventino improvvisamente antidemocratiche e illiberali per altri cittadini).
«L'attesa è il futuro che si presenta a mani vuote.»

Ma nel frattempo invitiamo tutti i cittadini non metanizzati a chiedere informazioni agli uffici comunali; ah, per essere compresi nell'area non metanizzata bisogna risiedere in aree non urbane esterne ad una fascia di 80 metri dalla più vicina conduttura gas (dove la distanza di 80 metri deve misurarsi tra la più vicina conduttura gas e l'edificio nel quale il combustibile viene utilizzato, ossia lo stabile dove è ubicato il generatore di calore)

GiraLivenza

Tre anni fa il regista Daniele Vicari, presentando a Pordenone il suo film "Il mio paese" (interessante documentario su 50 anni di industrializzazione italiana, di cui trovate una sintesi alla pagina http://it.wikipedia.org/wiki/Il_mio_paese) affermò l'opinione secondo la quale noi, abitanti del Bel Paese, siamo ben coscienti del fatto che il nostro territorio è stato devastato, che l'antica bellezza del nostro paessaggio è andata (colpevolmente) perduta per sempre. E aggiunse un'altra impressione, e cioè che, secondo lui, noi italiani non riusciamo a fare la pace (disse proprio così) con questa nostra stessa consapevolezza. Si tratta di una perdita enorme, con la quale non riusciamo a fare i conti.
Ritengo che questa sia una chiave di lettura molto forte, che può spiegare alcuni nostri disagi quotidiani. Per esempio il senso di dispiacere profondo che proviamo passando davanti all'ennesima area industriale, il più delle volte esteticamente orribile, installata là dove fino a qualche anno prima c'era una angolo di campagna veneta o friulana semplicemente bella.
Diverse volte mi sono chiesto come possa essere stato vivere un paesaggio bellissimo e naturalmente integro come era il nostro prima dell'industrializzazione. Ma devo dire di considerarmi del tutto immune da un certo tipo di nostalgia del passato che porta a considerare migliore solo ciò che non si può più avere.
Però in alcuni casi, per esempio quando ammiro immagini come questa dipinta dal Bellotto attorno al 1740, devo ammettere che quel senso di perdita di cui parla Vicari diventa bruciante.











Non credo che questo "Capriccio veneto" ricordi Portobuffolè solo a me. Ed è straordinario che, pur essendo parte della nostra cultura, questa opera abbia assunto un così forte carattere esotico. Esotico letteralmente significa "che viene da fuori". Il passato della nostra società per certi versi non ci appartiene più.
Però, per quanto modificati, degradati e "compressi" dallo sviluppo industriale, di quel passato ci restano gli elementi fisici del paesaggio. E uno su tutti, probabilmente il più importante, così forte da permetterci di immaginare una possibile rinascita, il nostro fiume: la Livenza.
Non è un caso se negli ultimi anni molti progetti hanno preso in considerazione la Livenza e gli altri corsi d'acqua veneti e friulani quali possibili assi di rinnovato sviluppo delle nostre comunità. Si tratta di capire se questi progetti siano orientati alla ricerca di nuove occasioni per la creazione di profitto (del quale per definizione godono in pochi), oppure rappresentino reali cambiamenti di rotta (verso la reale condivisione delle ricchezza, sia essa materiale, naturale, psichica, ecc.).
Ultimo progetto in ordine di tempo è quello di cui ha dato conto ieri sulle pagine dell'inserto Nordest del Sole 24 Ore, il nostro caro amico Stefano Pittarello. Si tratta di un progetto che dovrebbe unire turismo e mobilità lenta, si chiama GiraLivenza e prevede che Gaiarine ne sia il centro geografico.
Possiamo considerarlo un'occasione di sviluppo veramente sostenibile? Di questo vogliamo e dobbiamo discutere nel modo più aperto e condiviso possibile, come stiamo cercando di fare oramai da quasi un anno. Aspettiamo i vostri commenti.
;)

Itinerari slow sul fiume Livenza

Il Sole 24 Ore Nordest, 3 marzo 2010

Un unico corridoio fluviale dall’Austria fino al Mare Adriatico. Un progetto di sviluppo turistico legato alla mobilità lenta che assume meno i contorni del sogno con l’avvio della terza ed ultima tranche di lavori in Veneto Orientale per ultimare gli itinerari ciclabili e navigabili lungo il fiume Livenza. La Livenza, come si dice da queste parti. Un terzo circa dei 110 km complessivi di piste ciclopedonali e 9 ore di navigabilità del corso d’acqua, patrimonio comune di Veneto e Friuli, attraverso le province di Pordenone, Treviso e Venezia e 17 municipalità, dalla sorgente a Polcenigo (PN) alla foce di Caorle (Ve).
Il percorso nei 25 km di tratto finale nel veneziano incide solo su terreni demaniali ed è una novità assoluta. Non era mai accaduto che il Genio Civile regionale di concerto con gli altri enti pubblici rilasciasse questo tipo di autorizzazione per l’utilizzo turistico delle servitù demaniali. Una soluzione quindi “economica”, visto che evita spese legate ad espropri di terreni privati.
250mila euro il costo complessivo del progetto GiraLivenza. 90mila euro saranno il fondo per il coordinamento tecnico che la Provincia di Venezia, nominato ente capofila, gestirà per il coordinamento tecnico. Lo stabilisce un protocollo d’intesa firmato a dicembre a Treviso, unitamente alla possibilità di accedere ad ulteriori contributi pubblici e privati, risorse economiche e cofinanziamenti derivanti da fondi comunitari o di altro tipo.
La Livenza è ambito di tre diversi Gruppi di Azione Locale: Montagna Leader per la Provincia di Pordenone, Terre di Marca per Treviso e Veneto Orientale per l’area terminale del corso d’acqua. Spiega Giorgia Andreuzza, Assessore al Turismo della Provincia di Venezia: .
Nella visione complessiva, il centro geografico del Giralivenza diventerà il comune trevigiano di Gaiarine, ubicato nelle immediate vicinanze del futuro ponte ciclopedonale di Villa Varda Morpurgo a Brugnera che dovrà fisicamente unire i percorsi di Friuli e Veneto.
Entro la fine del 2011 dovranno essere completate sia opere di carattere idraulico, come la creazione di pontili ed approdi per consentire ai natanti di attraccare, che i percorsi ciclonaturalistici lungo le alzaie.
Non è comunque l’unico esempio di progettazione per l’area da integrare nel sistema fluviale europeo. Verso Nord le amministrazioni lavoreranno per collegare il GiraLivenza ai percorsi in provincia di Udine, delinando in questo modo l’unione con il corridoio naturalistico dell’Austria. In Veneto sono invece in fase avanzata di progettazione altri tre corridoi naturalistici confluenti nella Litoranea Veneta e legati a fiumi più o meno grandi: il GiraPiave, nei 30 km. verso la foce in territorio veneziano; il GiraLemene a cui sono interessati 4 Comuni in 55 km. di percorso di confine tra Pordenonese e Portogruarese; ed il GiraMonticano, corridoio naturalistico di 40 km., che bagna 7 comuni della provincia di Treviso e potrà venir collegato al GiraLivenza da un ulteriore percorso ciclonaturale da Vallonto a Fontanelle. Il bouquet di questi quattro piani più la pista ciclabile friulana della Noncello-Mare compongono il progetto interregionale “Greenways Boschi e Fiumi della Repubblica di Venezia” coordinato dall’architetto trevigiano Roberto Pescarollo.

Stefano Pittarello

Il progetto è consultabile alla pagina http://www.slideshare.net/netexsrl/presentazione-greenways-boschi-e-fiumi-della-repubblica-di-venezia

03 marzo 2010

Sempre a risorse infinite…anche con il Fotovoltaico

Sgombro subito il campo da ogni tipo di in fraintendimento: sono favorevole al fotovoltaico, anzi favorevolissimo, tanto che ho appena fatto installare sul tetto della mia casa un impianto ad energia solare.

Ritengo che dopo aver applicato una buona strategia per il risparmio energetico, (no sprechi energetici, no standby, sostituzione delle lampadine ad incandescenza, sostituzione degli elettrodomestici non in classe A, ecc) il fotovoltaico è l’elemento che permette di raggiungere l’autonomia energetica di una abitazione e magari di produrre un po’ di energia in più da immettere nella rete.

Ogni Comune, visto come un insieme di abitazioni ed edifici adibiti a varie attività umane è un ‘insieme” che fagocita energia, e come tale, nella emergenza attuale dovuta all' effetto serra e conseguenti cambiamenti climatici, dovrebbe porsi e tentare di raggiungere l’obiettivo della propria autonomia energetica.

Dovrebbe risultare però chiaro che le azioni per raggiungere questo obbiettivo non possono essere lasciate al caso o ancor peggio indotte solo da forti interessi economici, poiché un approccio di questo tipo rischia di provocare più danni che benefici al territorio, alla faccia dello sviluppo sostenibile.

Non si può continuare a ritenere che il territorio e soprattutto quello agricolo sia “una cosa da consumare” ad ogni costo per ottenere vantaggi economici, magari con la scusa di produrre “energia pulita”.

E’ noto come il concetto del “consumo del territorio” sia fortemente radicato nella testa dei nostri Amministratori e di alcuni nostri imprenditori agricoli e non, (che magari siedono anche in Consiglio Comunale), un concetto da cui non riescono e non vogliono liberarsi, perché il loro metro di misura non è lo sviluppo sostenibile ma bensì i “schei”.

E allora va espressa in modo forte e chiaro la contrarietà ai due impianti che con tutta probabilità verranno approvati oggi in consiglio comunale e che andranno a sottrarre 55.000 mq di territorio agricolo ad una attività, quella agricola, già fortemente in crisi.

Gli impianti fotovoltaici dovrebbero sorgere esclusivamente su terreni non agricoli e dovrebbe rientrare in un progetto che abbia degli obiettivi precisi in termini impatto ambientale.

L’autonomia energetica non va raggiunta creando altri danni all’ambiente ma avviando una serie di iniziative:
1) adottando all’interno di tutte le strutture comunali che consumano energia (compresa l’illuminazione pubblica) tutte le forme possibili di risparmio energetico.
2) installando su ogni tetto degli edifici pubblici, non solo su tre, impianti fotovoltaici e dove ciò non sia possibile installado impianti a cogenerazione o ad energia geotermica.
3) avviando campagne di sensibilizzazione della popolazione sul risparmio energetico e su tutte le possibili fonti di energie rinnovabili (fotovoltaico, geotermia, cogenerazione).
4) incentivando (aldilà degli incentivi statali) l’installazione sia di impianti fotovoltaci sui tetti delle abitazioni private e sugli opifici sia di altri impianti ad energie rinnovabili.

Guardando aldilà del confine comunale e del puro tornaconto economico dovrebbe essere costituita una cabina di regia provinciale alla quale dovrebbero partecipare i sindaci, assessori, tecnici comunali e provinciali per armonizzare l’uso del territorio per fini energetici anche alla luce dei quei 20 milioni di metri quadrati di superficie industriale, che, come ha previsto la Provincia di Treviso, entro il 2020 saranno inutilizzati.

23 febbraio 2010

Convocazione Consiglio Comunale Martedì 23/02/2010 alle ore 20.30

Il Consiglio Comunale convocato per oggi 23 Febbraio è stato rinviato a Mercoledì 3 Marzo, sempre alle 20.30.

Ecco l'ordine del giorno(convocazione + integrazione):



14 febbraio 2010

Ad Auschwitz c'è ancora la neve...

Sono trascorsi ormai 15 giorni dalla Giornata della Memoria, e ben 65 anni dalla data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz da parte dell'Armata Rossa, eppure, questa importante commemorazione, si celebra ogni anno riempiendo i quotidiani, i telegiornali e i notiziari di foto, di commenti, di testimonianze storiche, o magari, per l'occasione, qualche rete televisiva trasmette dei film riguardanti l'Olocausto, la sera..
Ma nulla più.
Allora, il mio intento nello scrivere questa testimonianza, è di richiamare a voi tutti la Memoria, perchè la Shoah non sia e non diventi sempre più una rievocazione momentanea che debba riempire una breve giornata, ma perchè grazie ad essa gli uomini possano un giorno cessare di odiare, di ammazzare e di ideare sempre nuovi sistemi per autodistruggersi.. Mercoledì 3 febbraio 2010, sono partito in compagnia di alcuni ragazzi della mia scuola e alcune professoresse per un viaggio d'istruzione di una settimana: destinazione Cracovia, principale meta turistica internazionale della Polonia, e tristemente famosa per essere relativamente vicina ai campi di concentramento Nazisti di Auschwitz e Birkenau. Dopo i primi giorni, trascorsi visitando la città, il 7 febbraio 2010, all'alba di una domenica mattina fredda, grigia e nevosa, io e i miei compagni siamo partiti da Cracovia verso la vera meta del nostro viaggio. Meta, che sarebbe stata fonte delle nostre riflessioni per i giorni successivi e verso la quale ci sentiamo in dovere di testimoniare tutto quello che abbiamo visto.
Verso le 10 di mattina, infatti mi trovavo lì, sopra la mia testa avevo la pesante e minacciosa scritta in ferro "ARBEIT MACHT FREI" (sadica scritta dei nazisti: Il Lavoro Rende Liberi) e oltre ad essa, la neve disegnava gli sfocati contorni del Campo di Concentramento di Auschwitz.
Se mai ho avuto un'immagine più chiara delle altre, pensando ai Lager Nazisti, era quella frase, in grado di riassumere in sé tutta la menzogna, la crudeltà e la barbarie dei campi di concentramento nazisti; essa troneggiava sopra di me e dopo averla fissata a lungo incredulo, rendendomi conto forse solo in quel momento, di trovarmi in uno dei cimiteri più grandi della storia dell'umanità, ne varcai la soglia, intorpidito, confuso. Auschwitz al suo interno è freddo, angoscioso, claustrofobico. I suoi confini sono rigidamente dettati da una linea continua di recinzioni di filo spinato, e al suo interno si ergono schematicamente gelide costruzioni in mattoni rossi, dai cui tetti penzolano lunghe stalattiti di ghiaccio. Trovandomi in mezzo al campo e ascoltando le inquietanti descrizioni della nostra guida, scandite con un sistematico accento polacco e spezzate talvolta in un velo di tristezza, nonostante fossi circondato dagli amici e dai professori mi sono sentito solo, in mezzo al silenzio. Da ogni angolo del campo mi sembrava di percepire sguardi addolorati, carichi di morte, provenienti da scheletriche figure in fin di vita vestite di luridi stracci a righe. Di tanto in tanto, spostavo il mio sguardo verso i miei compagni, velocemente, quasi se farlo fosse una cosa irrispettosa o proibita e gli occhi di tutti erano puntati lontani, a terra, verso la neve che si stendeva sotto i nostri piedi, verso immaginarie impronte dei deportati in un freddo inverno del '43. Non credo di aver mai provato sensazioni del genere in vita mia. Le scioccanti testimonianze lette dalle guide, le sfocate foto rappresentanti ogni genere di orrore, gli infiniti oggetti dei deportati, scrupolosamente stipati dai nazisti in grandi magazzini, la solenne paura provata all'interno delle camere a gas, del forno crematorio.. Il secondo campo di concentramento, nel pomeriggio, sarebbe stato Birkenau: dal suo ingresso un binario morto svaniva nel deserto innevato del Lager. Esso era stato parzialmente distrutto dai nazisti in fuga dall'Armata Rossa. Pertanto i suoi 4 forni crematori ormai non esistono più lasciando spazio ad un'insieme di grigie macerie.
Le baracche erano in legno, piene di spifferi d'aria, e nell'insieme, creavano ciò che realmente mi aspettavo dalla visita di un luogo come quello.
A contrario di Auschwitz (ormai reso quasi simile ad un museo), poi, l'unico intervento di modifica applicato al campo di sterminio consisteva in una immenso monumento situato tra le rovine dei Forni. Ai suoi piedi giacevano insieme una moltitudine di lapidi che riportavano, in tutte le lingue del mondo, la seguente frase:
“Grido di disperazione
ed ammonimento all'umanità
sia per sempre questo luogo
ove i nazisti uccisero
circa un milione e mezzo di
uomini, donne e bambini,
principalmente ebrei
da vari paesi d'Europa.”
Tali parole devono risultare INDELEBILI nella mente di tutti gli uomini per ricordare le atrocità subite dagli Ebrei durante la seconda Guerra Mondiale, ma soprattutto per liberare la nostra “moderna” civiltà da ogni forma di razzismo verso qualsiasi popolo, qualsiasi etnia, qualsiasi corrente di pensiero o diversità. Mai più un'insieme di uomini dovrà porsi al di sopra di tutti gli altri, portando come giustificazione la presunta rivendicazione di vuoti ideali.
Forse non avverrà mai più una catastrofe come quella dei campi di concentramento della IIª guerra mondiale; ma non per questo l'umanità è giustificata a discriminare ancora, in qualsiasi situazione.
Questo, infine, era il vero scopo del mio viaggio.
E questa, la mia Testimonianza.

12 febbraio 2010

Una serata particolare da non perdere


Un incontro ravvicinato con Margherita Hack è una di quelle cose che ti rimangono “dentro” e che non potrai più dimenticare.
Il suo modo d’essere così semplice pur essendo una astrofisica di fama internazionale, la sua disponibilità, il suo raccontarsi senza mistificazioni, sono doti che puoi trovare solo in rarissime persone.
Ma la cosa che ancor più sorprende è il suo narrare l’universo, questa immensità inconcepibile per i più, con un linguaggio davvero a portata di tutti che ti fa apparire la Via Lattea come la strada davanti a casa tua e il Sole uno dei suoi lampioni.

Io ci sarò.

04 febbraio 2010

Razzismo, Lega e "radici cristiane"

Qualche tempo fa, il governo esortò medici e operatori sanitari a segnalare alle autorità gli extracomunitari clandestini che si fossero rivolti a presidi ospedalieri per avere cure mediche urgenti! Bene, io sono un farmacista e racconto cosa mi è accaduto qualche giorno fa. Mancano pochi minuti alla chiusura di una giornata qualunque, ci sono un paio di clienti in farmacia quando entra un signore straniero, pelle scura, italiano stentato. Ha il viso gonfio e mi dice di avere un dente che gli procura un male tremendo, tale da non riuscire quasi ad aprire la bocca. Gli rispondo che ha senz'altro bisogno di un antibiotico, però deve farsi rilasciare una ricetta dal suo medico. Il signore mi dice di non avere un medico. Provo a chiedergli allora se ha mai preso qualche antibiotico in vita sua, così da avere la certezza che non abbia allergie e poter così chiudere un occhio sulla ricetta. Mi risponde di non aver mai preso un antibiotico. Sono quindi costretto a suggerirgli di andare al pronto soccorso o alla guardia medica. Mi sussurra, con occhi imploranti: “Non posso andare all'ospedale, non ho i documenti in regola. La prego, mi dia l'antibiotico, il dente mi fa molto male.” Sono solo un farmacista dipendente, il mio titolare è poco distante, non posso proprio farlo. Allargo le braccia, dispiaciuto. L'uomo si gira, esce, vedo che all'esterno una donna lo aspetta, con un'espressione preoccupata. Lui scuote la testa come a dire che nemmeno lì l'hanno aiutato, si guardano in giro come se non sapessero dove andare. Poi scompaiono nel buio.
Vorrei rincorrerli... Ma a quale scopo se non posso aiutarli?
Ora mi chiedo: possiamo rivendicare le nostre “radici cristiane”?
possiamo dirci più civilizzati della maggior parte dei popoli che abitano questo mondo?
possiamo guardare in faccia questi poveri cristi senza provare imbarazzo e vergogna?

Per le nostre "radici cristiane" rileggiamo Matteo 25, 41-46